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venerdì 10 settembre 2010
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Ipertensione: solo 9 milioni di malati su 15 si cura con attenzione Stampa E-mail
Non dà sintomi particolarmente evidenti, come se si trattasse di una malattia “silente”. Ma il suo è un silenzio solo apparente, perché nel tempo può provocare danni gravi, irreparabili e a volte letali, ma sono una piccola parte dei pazienti si cura con attenzione ed assiduità. Stiamo parlando dell’ipertensione, la porta d’accesso allo sviluppo di malattie cardiovascolari come l’infarto e l’ictus, oltre che del diabete. Colpisce il 25% degli italiani, 15 milioni di persone, con una percentuale che aumenta all’80% se consideriamo la fascia d’età di chi ha compiuto almeno 65 anni. Ma ogni anno sono solo 9 milioni quelli che si sottopongono a visite specialistiche. E di questi solo 1 su 6, cioè poco più 1 milione e mezzo di cittadini segue le cure che vengono prescritte.
La malattia è stata al centro di un convegno organizzato a fine febbraio a Roma: al simposio hanno partecipato oltre 450 specialisti. “Ogni anno – spiega Giuseppe Mancia, direttore della clinica medica dell’Università degli studi Milano Bicocca - Ospedale San Gerardo di Monza, riconosciuto come un polo di eccellenza per il trattamento dell’ipertensione – i pazienti con ipertensione più o meno grave che si presentano ai centri specializzati sono quasi 9 milioni. Un numero impressionante che, grazie a tecnologie diagnostiche sempre più moderne e innovative, saremmo in grado di tenere sotto controllo, scongiurando o almeno riducendo il rischio di eventi cardiovascolari acuti. Uso il condizionale di proposito perché di questi 9 milioni solo una minima parte, segue correttamente le cure prescritte. Sappiamo invece quanto sia importante ridurre efficacemente la pressione arteriosa attraverso cure mirate e l’abbinamento di più farmaci. E soprattutto che il trattamento inizi precocemente: quando il danno cardiovascolare è già avanzato si può abbassare ma non interamente normalizzare il rischio”. Obiettivo finale è, infatti, proprio la riduzione del rischio cardiovascolare globale. “Questo percorso – sostiene Francesco Rossi, responsabile della sezione di Farmacologia del Dipartimento di Medicina sperimentale e preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia della seconda Università di Napoli – inizia da un’accurata e personalizzata terapia antiipertensiva, soprattutto nelle persone che presentano altri fattori di rischio quali diabete, vizio del fumo, obesità, ipercolesterolemia e danno d’organo (ipertrofia ventricolare sinistra, insufficienza renale, aterosclerosi). Secondo le stime, infatti, il mancato controllo della pressione in Italia è causa ogni anno di 220 mila ictus, oltre 90 mila infarti del miocardio e oltre 180 mila casi di scompenso cardiaco. Il costo economico di queste complicanze è 2-3 volte più grande di quanto si spenderebbe per trattare con farmaci adeguati tutti gli ipertesi nello stesso periodo di tempo”. La terapia ipertensiva è però limitata dal problema che solo una parte dei pazienti segue correttamente le cure prescritte. “Recenti studi italiani – spiega Luigi Tavazzi Direttore del dipartimento di Cardiologia IRCCS del Policlinico San Matteo di Pavia – mostrano che solo in un iperteso su sei (circa il 17%) la pressione è ridotta dalla terapia sotto 140/90 mmHg. La percentuale scende al 3% se consideriamo l’obiettivo più ambizioso, e cioè la pressione sotto 130/80 mmHg, da raggiungere nei pazienti ad alto rischio. Il motivo principale è la ridotta disponibilità del malato all’impiego cronico dei farmaci anti ipertensivi. Ciò dipende dal fatto che l’ipertensione è una malattia silente, ma soprattutto dalla comparsa di effetti collaterali. In questo senso l’aiuto viene da farmaci ad elevato profilo di tollerabilità, come per esempio i sartani, che hanno dimostrato di essere efficaci non solo come ipertensivi, e grazie alla tollerabilità elevata garantiscono una buona compliance del paziente, ma anche protettivi per malattie cardiovascolari. “Queste nuove molecole – aggiunge Tavazzi – costituiscono un validissimo supporto anche nelle malattie delle coronarie, nella prevenzione della fibrillazione atriale e nelle nefropatie croniche”. La comprensione dei meccanismi genetici e fisiopatologici dell’ipertensione consentirà di mettere a punto terapie sempre più mirate sul singolo paziente, con un maggior controllo dei livelli di pressione e del rischio cardiovascolare e minori effetti collaterali. “Ritengo – conclude Rossi – che il ruolo dei meccanismi fisiopatologici del sistema renina-angiotensina nel controllo delle patologie cardiovascolari rivesta oggi un ruolo molto importante sia a livello centrale sia a livello periferico. Pertanto lo studio dei farmaci che possono interferire sul sistema renina-angiotensina a vari livelli, sull’enzima ACE, sui recettori dell’angiotensina II, nonché direttamente sulla renina, siano molto importanti nella terapia dell’ipertensione e nella prevenzione delle complicanze di tale patologia. Questi farmaci vanno talora preferiti in quanto presentano meno effetti collaterali. Infine ritengo importante approfondire lo studio delle malattie poligeniche per poter contare su terapie sempre più mirate anche in questo campo”
 
 
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