Conferenza Italiana per lo Studio e la Ricerca sulle Ulcere, Piaghe, Ferite e la Riparazione Tessutale
 
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martedì 07 settembre 2010
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La valutazione del legame tra le caratteristiche organizzative  e strutturali  dei   centri  diabetologici, le procedure  diagnostiche e terapetiche  e i risultati ottenuti sul controllo di alcuni parametri, come l’emoglobina glicosilata, la pressione arteriosa, la funzione renale e il profilo lipidico, è stato l’obiettivo dello studio Quasar, partito nel 2005 e realizzato in collaborazione tra l’Associazione Medici Diabetologi (ADM) e il consorzio Mario Negri Sud. Scopo finale, migliorare la qualità dell’assistenza al malato e l’accesso alle cure.
Quasar, che coinvolge 78 servizi di Diabetologia e oltre 6700 persone con diabete di tipo II,  si concluderà nel 2011, ma i dati preliminari dimostrano che il fattore più importante  sia la capacità dei centri di garantire un maggior numero di visite: per ogni malato all’anno in più sale infatti di 3 volte la probabilità di valutare l’emoglobina glicosilata e di 5 volte quello della pressione arteriosa. Non solo, ma per ogni vista in più durante l’anno, raddoppia la probabilità di raggiungere livelli di emoglobina glicosilata inferiori al 7 per cento, valore indispensabile per prevenire la mortalutà e complicanze.
Secondo le previsioni, nel 2010 i malati aumenteranno del  2 per cento, quasi 4.200.000 persone, circa il 7 per cento della popolazione generale, mentre la spesa sanitaria è più che raddoppiata in meno di 15 anni, passando da circa 5 miliardi di euro nel 1998 a oltre 11 miliardi stimati per il 2010. Secondo Adolfo Arcangeli, Presidente dell’Associazione Medici Diabetologi (ADM) e Direttore dell’Unità Operativa di Diabetologia dell’Ospedale di Prato, per garantire un’assistenza sempre più efficiente e il miglior accesso alle cure, occorrono anche centri diabetologici più diffusi e uniformi nella penisola, capaci di  comunicare tra loro e integrarsi con l'assistenza sanitaria di base. Inoltre è  ormai dimostrato come il buon controllo cardiovascolare e metabolico  mantenuto nel tempo grazie al  miglior uso delle statine, dei farmaci antiipertensivi, degli ipoglicemizzanti orali e dell’insulina, somministrata anche nelle prime fasi della malattia, possa prevenire o rallentare le complicanze croniche. L’intervento deve però essere precoce, aggressivo, duraturo e mirato soprattutto alle persone rischio, in particolare le più  sedentarie e in soprappeso.
 
 
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